i ricordi di
Despar Sicilia
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U ciaramiddaru nel Natale siciliano

Siamo arrivati all'ultima tappa del viaggio che noi di Despar Sicilia abbiamo voluto intraprendere quest'anno, quello della riscoperta di giochi e usanze di una volta, di tradizioni a volte perdute, ma mai dimenticate, di bagagli culturali che si sono tramandati di generazione in generazione. Abbiamo potuto notare come la figura dei nonni sia stata fondamentale e mantenga un ricordo indelebile negli amici che hanno voluto condividere con noi i loro ricordi, abbiamo rivissuto l'entusiasmo della gioventù, la voglia di libertà e il desiderio di stare all'aria aperta, abbiamo ricordato come una volta bastasse veramente poco per stare bene, di come la famiglia fosse vicina, sempre presente e il gruppo di amici fosse importante.
Emozioni, gioia e a volte commozione hanno accompagnato i racconti della rubrica “ti sblocco un ricordo”, permettendo a chi quelle esperienze le ha vissute di poterle ricordare, e a chi le ignorava, di conoscerle, sperando magari di aver instillato un pizzico di curiosità e voglia di scoprirle. In questo nostro ultimo appuntamento si parla “du ciaramiddaru” e del suo strumento, “a ciaramedda” di cui faceva sfoggio proprio nel mese di dicembre richiamando il Natale in Sicilia. Il nostro amico Carmelo lo ricorda così...

A ciaramedda e a nuvena

Tramandare le tradizioni è perpetuare la propria cultura, ma anche le proprie origini e la propria storia, quella di una famiglia ma anche di un popolo. Così tra ricette e decorazioni, usanze e canti, ogni anno a Natale si rinnovano non solo sentimenti, ma anche tanti intimi ricordi. Alcune tradizioni permangono mantenendo forte la loro importanza, altre con il tempo si affievoliscono e, un po' alla volta, sembrano perdere una parte del loro colore originale. Eppure per chi li ha vissuti tanto intensamente alcuni ricordi non perdono mai il loro sapore, così è per il nostro caro amico Carmelo, che ci racconta un suo ricordo legato al Natale in Sicilia. “A Catania, la mia città, vi erano tante usanze natalizie, alcune di queste sono quasi del tutto dimenticate. Vuoi per il tempo che passa, vuoi perché i giovani non sono tanto attenti e interessati alle cose di una volta, o perché alcune figure vanno scomparendo, soppiantate da nuovi personaggi, abitudini e usanze. Una volta dicembre voleva dire cunzata d'a cona, ciaramedda e nonareddi. L'otto dicembre, nel giorno dell'Immacolata, in casa si allestiva il presepe con i personaggi di terracotta tramandati dai nonni, e per le strade si cunzava a cona, ovvero si addobbavano delle edicole votive. Questi altarini di solito venivano allestiti con icone che raffiguravano la Sacra Famiglia, si ornavano con frutta, verdura e dolci, e attorno ad essi ci raccoglievamo per pregare e cantare. Eh si, dal 16 dicembre fino alla vigilia del 24 si era soliti riunirci davanti alla cona per cantare la Novena. Nove giorni, ognuno rappresentava un mese di gestazione della Maria Vergine, in cui i canti natalizi venivano intonati dai nonareddi, un gruppetto di musicisti improvvisati che proponevano i canti natalizi della tradizione in cambio di una mancia, ma a volte anche solo per qualche biscotto e un po' di vino. Oltre ai nonareddi c'erano i ciaramiddari, suonatori di zampogna che si vedevano in giro per la città già dal giorno dell'Immacolata. Suonavano per le vie, dinanzi alle cone, giravano per le scuole, davanti ai negozi, nelle piazze, ma venivano assoldati anche per suonare in casa. Mio padre ogni anno contattava un ciaramiddaru che veniva da Randazzo per celebrare la novena innanzi al nostro presepe. Aveva degli stivaloni enormi, un gilet, un berretto scuro e teneva il suo strano strumento musicale sul fianco. Già a vederlo per strada era una grande emozione ed il cuore si riempiva di gioia, ma vi immaginate poterlo avere ospite in casa, toccare quella grande zampogna a forma di sacca, ammirare da vicino le sue dita quando pigiavano i fori delle canne, osservarlo mentre dava fiato a so ciaramedda! Ci vuleva tantu ciatu, quannu fineva iera tuttu sudatu! La casa si riempiva di magica atmosfera natalizia, la porta rimaneva aperta e i vicini potevano entrare per sentirlo. Al suono della zampogna i pastorelli del presepe sembravano più belli, la Madonnina e San Giuseppe parevano risplendere. Si respirava un clima di festa e quando finiva partiva un lungo applauso, mia mamma gli offriva biscotti e vino, ringraziandolo tanto per l'intrattenimento e l'allegria che ci regalava. Il Natale è sempre stato il periodo dell'anno che più preferisco, la tradizione incontra la fede, le luci e i gli addobbi colorano le case e tutta la città, le tavole si riempiono di ogni prelibatezza, ma la cosa che veramente mi fa amare il Natale sono i suoni, i canti e il ricordo delle melodie che intonava u ciramiddaru ca’ vineva da Randazzo”.

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