i ricordi di
Despar Sicilia
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Il “ripiglino”, quando anche un filo poteva diventare giocattolo

Questo mese ci porta in un'altra tappa del viaggio che noi di Despar abbiamo voluto intraprendere, quello della riscoperta di giochi e usanze di una volta, di oggetti che hanno coinvolto generazioni intere in un periodo in cui bastava poco per divertirsi, quando non esisteva la parola videogioco ma ci si accontentava di “poco”, che si trasformava in “tutto” nelle giornate della fanciullezza e nei ricordi di chi li ha vissuti. Così è stato anche per il gioco dell'elastico, conosciuto anche come gioco della matassa, che ha occupato intere ore dei pomeriggi della nostra amica Santina. Ci giocavi anche tu?

Solo un semplice elastico

Oggi vi proponiamo il racconto della nostra amica Santina, momenti di gioco in cui la semplicità è protagonista: “Le giornate di una volta erano accompagnate da ritmi diversi, c'era meno frenesia, si andava a scuola a piedi, senza che qualcuno ti accompagnasse, si giocava per strada e si conosceva la noia. Si, la noia non era un male, ma uno stimolo per la mente, uno spazio che diventava un contenitore per riflessioni, emozioni, pensieri, e a volte ti aiutava a trovare le soluzioni per qualche dilemma che ti affliggeva. Non avevamo molti problemi, erano gli anni '80, le grandi problematiche erano passate e noi bambini vivevamo senza particolari timori, e oggi più che mai viene da dire: “che bei tempi”! Comunque, quando anche la noia ti “annoiava” allora bastava un elastico, e se non lo avevi andava bene pure uno spago, e il passatempo era assicurato. Più che un gioco io lo vivevo proprio come un passatempo, che però riusciva a coinvolgerti, a farti applicare, concentrare, e a volte a farti arrabbiare! Bisognava giocare in due, ma se qualcuno nelle vicinanze voleva “metterci le mani” poteva farlo! Si cominciava in modo semplice, facendo passare l'elastico tra il pollice e l'indice delle due mani, e poi a turno si intrecciavano i fili passando da mano in mano. Si formavano figure e intrecci particolari, che ripensandoci richiamano un po' i disegni di tecnologia che fa oggi mio figlio a scuola. Io ci giocavo sempre con mia sorella Maria Concetta dopo pranzo, prima di cominciare a fare i compiti almeno un pochino dovevamo rilassarci così. Per un po' si proseguiva senza particolare difficoltà, si formavano incroci standard come la culla, la graticola, la x, la croce, e altri dei quali non ricordo i nomi, ma che ci inventavamo in base all'oggetto che richiamava. Man mano che si andava avanti venivano utilizzate anche altre dita e sembrava di ammirare opere d'arte, a volte più belle, altre un po' meno. Ma una volta esaurite le mosse che permettevano l'evolversi del gioco e rimanevamo bloccate, tornavamo indietro, nel senso che rifacevamo le ultime mosse “all'indietro”, così da ritornare in un punto che ti consentiva di avere più opzioni di movimento e incroci, e provavamo un'altra strada. In alcuni casi, non so come, ci ritrovavamo al punto di partenza, ma altre si arrivava ad un punto di non ritorno. A volte anche mia mamma e mia nonna intervenivano per sbloccare il gioco, certo loro avevano più esperienza e qualche volta facevano fare come una danza alle loro dita ricreando altri incastri elaborati, ed altre ancora una matassa ingarbugliata si risolveva in modo semplice. Che maestria! Che arte! Noi invece dopo poco ci arrendevamo e ricominciavamo tutto dall'inizio, sperando di ricordare le mosse fatte precedentemente e di inventarne di nuove. Eravamo “fissate” con questo gioco, ricordo che la domenica, quando mio padre comprava i pasticcini al bar, mettevamo da parte il nastro che chiudeva il pacco per usarlo per giocarci. Forse, per chi non lo conoscesse, a raccontarlo così potrebbe sembrare un'attività noiosa, ma vi assicuro che se vi lasciate trasportare dalla curiosità e vorrete provarci, questo semplice ed essenziale gioco saprà rapirvi, e per un po' non penserete a niente altro!”

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