i ricordi di
Despar Sicilia
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A conca, la stufa dei nonni

A conca, non solo antica stufa, ma simbolo di calore familiare, di convivialità, di racconti e confidenze, oltre che ottima soluzione per preparare olive nere arrostite e uova sode! Quanti ricordi legati a questo umile oggetto, e se non lo conoscete provate a domandare ai vostri nonni o zii, siamo sicuri che vi racconteranno di come la conca teneva riunita tutta la famiglia!

Ricordi di pomeriggi d'inverno attorno alla conca

Quando penso alla “conca” mi viene in mente la mia infanzia e la casa dei nonni, e mi sembra di rivederla tutta: il lungo corridoio, le camere da letto, la piccola cucina che affaccia sul terrazzo ed il salone, con il tavolo da pranzo, un'antica macchina da cucire Singer, la credenza, un grande divano e al centro della stanza un oggetto magico, perché è magico il ricordo che mi ci lega, la “conca”.
Già entrando si sentiva il profumo caratteristico e nella grande sala il bagliore riusciva subito ad affascinarti. Che sia chiaro, non mi ricordo un particolare calore diffuso dall'oggetto conca, ma ricordo bene la sensazione di calore che si respirava e che emanavamo noi, tutti seduti in cerchio attorno ad una brace accesa, coperta da una sorta di coperchio, “u circu”, che ti evitava di avvicinarti troppo. La conca era spesso poggiata su una base di legno dove potevi mettere i piedi e sentire un po' più di tepore. Proprio come attorno ad un falò di mezza estate, lì attorno ti sentivi libero di parlare, di ricordare cose andate. Quante storie mi ha raccontato mia nonna attorno alla conca, di bisnonni e zii mai conosciuti, di vicende ormai lontane che ora faccio fatica a far riaffiorare. Storie di sirene di guerra, di bombardamenti e di rifugi scavati giù in giardino dove si correva a nascondersi; storie di amori e passeggiate sotto al balcone per manifestare il proprio interesse all'amata; quante avventure del simpatico e credulone Giufà ho sentito in quei pomeriggi d'inverno; e quante volte mia nonna mi ha richiamata perché mi avvicinavo troppo al fuoco urlando “accura, levati 'ndi docu ca t'abbruci”. Se qualcuno veniva a fare visita, mia nonna mi intonava subito “fozza niputuzza mia, pigghia na seggiula pa cummari”, si allargava un pochino il cerchio e si aggiungeva un posto attorno alla conca. A quel punto mia nonna con un lungo cucchiaio vivacizzava la brace per evitare che si spegnesse e in base all'orario recitava il Rosario con la commare che era venuta a fare visita, oppure si chiacchierava, come in una piazza, delle ultime novità del paese. Attorno alla conca mi piaceva molto fare merenda con mandarini e arance, così potevo poi gettare la loro buccia sulla brace accesa sprigionando odori e piccole scintille che mi incantavano. Mi piaceva anche buttare nella brace le bucce della frutta secca, mandorle o noci davano nuovo colore alla conca e provocavano piccoli scoppiettii. Mia nonna invece metteva le olive nere nella cenere calda, anche queste rilasciavano un profumo intenso che a mio nonno piaceva tanto. A lui piaceva anche l'uovo cucinato lì in mezzo, ma in realtà sapeva di buono qualsiasi cosa si preparasse nella conca e si gustasse seduti lì attorno. Sono molto legata a questi ricordi della mia infanzia, si respirava un'atmosfera fatta di magiche parole e profumi, ci scaldavamo stando vicini e ogni tanto rischiavamo di bruciarci, ridevamo e giocavamo, ma la cosa più bella è che stavamo tutti insieme, in modo unico e magico, e quei freddi pomeriggi d'inverno trascorsi con i miei nonni non erano più tanto freddi!

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