i ricordi di
Despar Sicilia
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U calacipitu, memorie avventurose

Solo la forza di gravità faceva muovere questi carrettini artigianali realizzati con assi di legno e cuscinetti a sfera. Come per gli altri giochi che abbiamo riscoperto fino ad ora, la strada era il teatro di azione e tutto il quartiere era protagonista. Le discese di paesi e città diventavano i percorsi in cui sfrecciavano questi veicoli costruiti a quattro mani da bambini e genitori, occasione di crescita personale, in cui i ragazzi facevano i conti con la precisione della guida e il pericolo della velocità. Appuntamenti in cui la voglia di divertirsi e stare insieme dominava su tutto il resto, che richiamano gioia e voglia di semplicità mai sopite, testimoniate dalla grande partecipazione ed entusiasmo che ha accompagnato alcuni eventi in cui è stata proposta la gara con questo oggetto, come è successo nella città di Ragusa qualche anno addietro e nel paese di Centuripe (En) per diverse edizioni negli anni passati. Anche per questo gioco, i nomi per definirlo sono tanti, per citarne alcuni “carrozza”, “carrammatu”, “carriolu”, “carritteddu” e “carruzzuni”. Per questa occasione vi lasciamo al racconto del nostro amico Antonio e alle sue memorie avventurose con “u calacipitu”.

Avventure senza tempo

Antonio è un nostro affezionato amico della cittadina di Ragusa, teatro perfetto per organizzare gare e percorsi cu calacipitu, grazie alla varietà di scenari, tra stradine ripide, discese impervie e curve improvvise tutto poteva trasformarsi in una pista. Quando abbiamo parlato con lui dei passatempi di una volta, ci ha subito travolto con la sua simpatia nel raccontare, con occhi gioiosi, le sue avventure sul carrettino che lui stesso, con le proprie mani, aveva costruito. “Ragusa era splendida, ed io e i miei amici ci ritrovavamo quotidianamente a condividere i nostri pomeriggi tra le strade della città, con u calacipu sotto braccio cercavamo i megghiu calati, per metterci sempre più alla prova! Ognuno di noi aveva costruito il proprio carrettino, io ero anche andato da Don Turi, che aveva un'officina, per farmi dare i cuscinetti che con cura avevo sistemato nella parte anteriore e posteriore, e per far stringere bene il bullone che teneva lo sterzo. Non dovevamo lasciare niente al caso, il nostro veicolo doveva essere perfetto! Ognuno di noi aveva anche dato un nome al proprio gioiello, il mio si chiamava “scheggia”, quello di Mario era “fulmine” mentre mi ricordo che Gianni aveva chiamato il suo “Furia”; ora che ci penso non avevamo molta fantasia per i nomi, ma la fantasia per studiare la guida, quella sì che era nostra! Bisognava essere bravi, precisi, con una tecnica accurata per evitare di sbattere contro i muri o nun carriri. Vinceva il più veloce ed ognuno aveva il proprio metodo di guida. C'era chi si inginocchiava sulla tavola e chi si sedeva. Io preferivo inginocchiarmi, mi piaceva l'aria che mi accarezzava il viso, il movimento che i capelli facevano quando prendevo velocità, guardare in faccia la strada che avevo davanti quasi a prevederne le curve e gli ostacoli. Per non parlare delle vibrazioni del mio carretto a contatto con il terreno e i sussulti quando prendevamo a calata i Iusu, con il suo basolato. La velocità era un fremito che ci faceva gioire, l'adrenalina era data dalle discese, ma anche dalla preparazione e manutenzione del nostro veicolo, dalla voglia di gareggiare e vincere, dal timore di farci male e tornare a casa con ferite, graffi e sangue che, quando capitava, puntualmente nascondevamo perché risuonava sempre più spaventoso l'ammonimento della mamma: “se ti struppii ti rugnu ri supra”! Che emozioni, che brividi, che incoscienza, oggi sicuramente non potremmo lanciarci in corse e gare spericolate senza una miriade di protezioni, caschetto, ginocchiere e gomitiere, sicuramente con freno e altri accorgimenti sul carrettino, senza parlare delle mille raccomandazioni, ma una volta era tutto più semplice, genuino, spontaneo. Ti passava per la testa di sperimentare qualcosa di nuovo e semplicemente lo facevi, senza pensare alle conseguenze e senza che nessuno lo sapesse; non c'erano infatti i telefonini per chiedere o essere rintracciati. Forse per qualcuno siamo dei miracolati, per me siamo solo stati “fortunati”, non perché non ci siamo fatti male, ma per avere vissuto così tante esperienze ed emozionanti avventure”.

Grazie per la foto a http://www.eppeccio.it/

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