i ricordi di
Despar Sicilia
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A mustata ri vinu

La mostarda di uva è una ricetta tipica siciliana che si prepara nel periodo della vendemmia, un dolce che nasce dal mosto d'uva addolcito con cenere e unito a farina e mandorle. Una preparazione lunga che impegnava a settembre le abili mani delle donne sicule, attente a non sprecare nessun buon acino e intente a realizzare questo caratteristico dessert dall'intenso profumo. “Pochi ingredienti e molta pazienza”, questo ci dice la nostra amica raccontandoci quanto è affezionata a questa preparazione. Scopri il ricordo di Elena legato alla mustata ri vinu.

Un dolce ricordo di mia nonna

“Settembre, autunno e uva! Le famiglie si riunivano per la vendemmia, i grappoli maturi e dal colore intenso venivano raccolti da mani veloci e utilizzati principalmente per produrre il vino, ma i grappoli dimenticati e avanzati avevano un altro scopo, erano utilizzati per preparare a mustata. Una volta non si buttava via nulla, ogni cosa trovava un nuovo utilizzo, gli oggetti rotti venivano sistemati e gli avanzi rivisitati acquistavano una essenza nuova, una particolarità tale da farla diventare ricetta principale tanto da acquisire una tradizione tutta sua. Così mi raccontava mia nonna e così le era stato raccontato. E chissà da quale esperimento è nata la mostarda, questa pietanza la cui ricetta si perde nella notte dei tempi. Mia nonna era una esile donnina sempre vestita di nero, a guardarla metteva energia perché, come na truppetta, non stava mai ferma. Le sue mani piccole e leste erano sempre all'opera. Tra ago e filo o tra fornelli e pentoloni, era la prima che chiamava a rassegna tutti i figli e nipoti. Non c'era festa che non fosse occasione di incontro e lei, con il suo carisma e la sua voglia di fare, preparava per tutti. Non era una donna di molte parole, i suoi piccoli occhi neri riuscivano però a trasmettere tutto l'amore che aveva dentro. Mi ricordo che quando andavamo a trovarla chiamava noi nipoti di nascosto e ci dava sempre qualche soldino accompagnato dalla frase “a nonnuzza, cu chisti t'accati chiddu ca voi”, e noi tutti contenti li nascondevamo. Era una piccola grande donna, capace di tramandare il senso della famiglia, il calore delle nostre usanze, il rispetto per le tradizioni. Tutto questo si risveglia in me in modo prepotente a volte, specialmente in alcuni periodi dell'anno, quando alcuni odori e sapori riaccendono la bambina che è in me e mi tuffano nei lontani pomeriggi nella cucina di mia nonna, tra dispense scavate nel muro e ceste di mandorle. E questo mi succede anche ogni volta che penso alla mostarda. Ricordo che a settembre la sua cucina e il cortile si riempivano di ogni prelibatezza, ortaggi e frutta da essiccare o candire facevano bella mostra un po' ovunque, la loro preparazione serviva per fare scorta durante la stagione invernale, e i suoi fornelli si accendevano per preparare la mostarda. “Ci voli paciencia pi tuttu”, diceva mia nonna, “anche pi fari a mustata ri vinu cottu”. Lei ne preparava una quantità industriale, una parte la divideva tra parenti e vicini di casa, un'altra parte veniva conservata nella vetrina della sala da pranzo, coperta da un bianco centrino fatto a mano, e offerta come dolce dessert dopo i pasti domenicali e festivi. Durante queste occasioni zio Angelo raccontava sempre di quando era bambino: “a mustata ma puttavunu i murtuzzi, a lassavunu ne peri du me lettu, e iu eru chinu di gioia” diceva. La ricetta di mia nonna era buonissima, e anche se con mia mamma proviamo ancora a rifarla, non arriviamo mai allo stesso spettacolare risultato. La ricetta di questa preparazione autunnale è a base di mosto d’uva a cui si unisce farina, mandorle tostate e cenere bianca di legno d'ulivo, di vite o di mandorlo, ma chissà quale segreto o trucchetto usava, oppure era proprio la sua tacita presenza e amorevole cura l'elemento segreto. Quando la prepariamo usiamo ancora gli stampini che adoperava mia nonna, formine in ceramica che richiamano disegni di pesci, fiori o frutta. Li tiriamo fuori come fossero un tesoro e stiamo molto attente quando le utilizziamo, come fossero oggetti sacri. Usarle ci dà la sensazione che lei sia con noi, che ci guardi in silenzio mentre indaffarate cerchiamo di ripetere ogni suo gesto. È sempre una grande emozione. La mostarda, questo dolce senza zucchero che è ancora presente sulle nostre tavole, per me è tradizione, cultura, amore e famiglia, e da quest'anno anche la mia bambina è pronta per capire l'importanza di tutto ciò e, attraverso la sua preparazione, conoscerà un po' di più anche la mia cara e dolce nonnina”.

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