i ricordi di
Despar Sicilia
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I giochi di una volta: "a ria" o gioco della campana

La primavera, le giornate più lunghe e il clima mite invitano piccoli e grandi a godere di più della bella stagione, è l'occasione per fare uscire i bambini e far vivere loro pomeriggi di gioco all'aperto, magari proponendo uno dei giochi più antichi e tradizionali. Generazioni di bambini di tutto il mondo hanno saltellato nei cortili e nelle strade intenti a recuperare il sassolino evitando di cadere o toccare i bordi della griglia, addirittura ci sono testimonianze che lo fanno risalire all'antica Roma, quando veniva chiamato il clàudus, ovvero il gioco dello zoppo, probabilmente per la regola di saltare con un solo piede. Ogni nazione lo conosce con un nome diverso, e solo in Italia, tra le varie regioni, province e paesi, ha centinaia di nomi! Hai capito di quale gioco stiamo parlando? Proviamo con qualche nome caratteristico di alcune località siciliane: a ria a Ragusa, u sciancateddu a Catania, u piruzzu a Palermo, u quatratu a Enna, popò a Caltanissetta, u campanaru ad Agrigento, trinca a Siracusa, ma non solo, anche nei paesi veniva chiamato in modi diversi, per esempio u tuornu a Ispica, a quadrella a Biancavilla, a settimana a Marsala, o a maredda a San Fratello e Tortorici! Ed ora ti è tornato in mente qualcosa? Riconosci qualcuno di questi nomi? Eh si, è il gioco della campana! E tu come lo chiamavi?

Un ricordo dei pomeriggi di gioco all'aperto

Vogliamo ricordare questo gioco antico e molto conosciuto attraverso le parole ed il ricordo di un nostro affezionato amico, che solo a sentire nominare a ria si emoziona. “Un gioco che non solo sblocca un ricordo, ma apre la memoria e conduce ai pomeriggi e alle domeniche mattina di molti anni fa, quando non c'erano video giochi o telefonini, e l'unico suono che si sentiva per strada erano gli schiamazzi dei bambini o le grida delle mamme.” Così inizia il racconto del nostro amico Concetto. “Le regole erano semplici, bastava una pietra o un bastoncino, ma se avevi un gessetto sicuramente veniva molto meglio, per segnare sulla strada un percorso fatto da tante caselle numerate, circa 10, alcune singole, alcune doppie. Io giocavo con il mio gruppo di amici, e questo era uno dei pochi giochi in cui maschi e femmine giocavamo insieme, ma quando mi annoiavo a stare a casa andavo fuori in strada e giocavo anche da solo, e non tardava ad arrivare qualche altro bambino della zona a chiedermi: “possu iucari macari iu?”
In questo gioco si univa abilità fisica, mira, equilibrio, concentrazione e precisione. Una volta disegnato il grande schema fatto da quadrati numerati in ordine crescente, il primo giocatore, posto davanti, doveva tirare un sasso nella prima casella, e se la centrava cominciava a giocare altrimenti si passava ad un altro compagno. Era un gioco di saltelli, su un solo piede sulle singole, a gambe aperte per le caselle accostate, non dovevi entrare nel quadrato che conteneva il sassolino, e bisognava proseguire fino alla fine del disegno, una volta in fondo, sempre saltellando, ci dovevamo rigirare e ripercorrere il percorso, e arrivati alla casella con il sassolino, dovevamo riprenderlo piegandoci sempre su un solo piede. Se non centravi con il sassolino la casella giusta, se perdevi l'equilibrio cadendo, se pestavi i bordi dei riquadri, perdevi il turno ed il gioco passava ad un altro giocatore, altrimenti avanti finché non si completava tutto il percorso, dal numero 1 al numero 10. Come è facile intuire, la difficoltà era crescente, a cominciare dalla mira!
Quasi tutti riuscivamo a centrare le prime tre caselle, ma dopo il gioco si faceva più difficile. C'era sempre qualcuno che stava lì ad osservare un sacco di tempo cercando la traiettoria migliore per tirare, ed allora si urlava “spicciati e jetta sta petra ca amu jucari tutti!” Per non parlare poi di abbassarsi per raccogliere il sasso stando su un solo piede, quanti tentennamenti e tremolii, e quante cascate! Stavamo tutti insieme, non c'erano rivalità ed eravamo tutti amici. Il tempo passava senza accorgermene ed era quasi buio quando mia mamma mi richiamava al suono di “Cocetto arricogghiti” ma non solo lei, quasi ad un'unica voce si sentiva dalle case lì intorno richiamare i propri figli, sempre allo stesso modo “... è tardu, arricogghiti”, e noi quasi in coro rispondevamo “ancora cincu minuti mamma!” Forse la mia “ria” sarà passata di moda e per strada non si vedono più questi percorsi numerati disegnati per terra o sui marciapiedi (eh si, se non c'era spazio giocavamo anche sul marciapiede), ma vi assicuro che era splendido e divertente giocare così con i miei compagni, e mi auguro che possano tornare, non dico i miei tempi, ma almeno alcuni dei miei giochi!”

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