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Al cospetto del vigore dei Bronzi di Riace

La nave che li trasportava, si pensa da Argo nel Peloponneso a Roma, si inabissò perdendo in mare il suo carico prezioso. Solo secoli dopo, il tempo, il movimento ondoso, il fato – non si sa – hanno restituito una parte del tesoro: una concessione degli abissi che, appagati da tanta bellezza ammirata in solitaria per un periodo lunghissimo, hanno deciso di lasciarla andare e regalarla all’Umanità.
La punta dello stivale oggi ha il vanto di custodirla nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Quasi intimiditi dalla loro imponenza, mettiamoci al cospetto dei Bronzi di Riace.

Il bronzo che si fa opera d’arte
Sfiorano i due metri di altezza, meravigliosi, vigorosi, splendenti s’impongono sulla scena. Un oplita e un re guerriero: quando la materia si trasforma in opera d’arte. Una lega che si fa pelle, muscoli, vene. I Bronzi di Riace affascinano, intimoriscono, quasi commuovono nel loro essere testimonianza della bravura umana e di quanto il passato conservi segreti che mai nessuno potrà conoscere del tutto. A noi contemporanei resta solo il tentativo di carpire un dettaglio di una storia che resterà sempre incerta. Grazie agli studi effettuati sui Bronzi, oggi possiamo dire che molto probabilmente sono stati realizzati dalla stessa mano – troppo simili tra loro – e per essere esposti insieme. Di chi era quella mano non si sa. Non tutti concordano con questa ipotesi: per alcuni si tratta invece di statue create in periodi e da scultori diversi. Incertezza anche sulla datazione – si suppone risalgano al V secolo a.C. – e sulla loro provenienza esatta. L’ipotesi è che una nave greca fece naufragio vicino al luogo dove poi furono ritrovate, ma la verità non è certa. Un’altra supposizione li considera come parte di un gruppo di statue, forse raffiguranti il mito dei Sette a Tebe. Nessuna prova dell’esistenza delle altre, forse ancora custodite dagli abissi. Ma chi lo sa…

Il giovane e il vecchio
I Bronzi di Riace furono ritrovati nel 1972 dal giovane sub dilettante Stefano Mariottini che in una calda giornata dell’agosto di quell’anno s’immerse nelle acque di Porto Forticchio di Riace Marina, in provincia di Reggio Calabria. Pare che già in epoca greca il luogo fosse usato come porto, aspetto che avvalora l’ipotesi secondo cui le due statue facevano parte del carico di una nave in transito in questa zona della costa ionica.

Sottoposti a diversi restauri, oggi i due Bronzi possono essere ammirati nel loro splendore nell’apposita stanza di palazzo Piacentini, sede del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Il giovane (statua A) e il vecchio (statua B) sono alti quasi due metri per un peso di 160 kg. Nella tipica posizione a chiasmo che mostra tutto il loro vigore fisico, sono realizzati interamente in bronzo, tranne che per l’argento dei denti della statua A, per il rame delle trecce della cuffia sulla testa della statua B e dei capezzoli, delle labbra e delle ciglia di entrambe. Molto particolari anche gli occhi realizzati in calcite bianca, mentre la caruncola lacrimale è di una pietra rosa, poi le iridi che dovevano essere fatte di pasta di vetro. Si sa che il vecchio fu sottoposto a un intervento di restauro antico necessario per fondere nuovamente il braccio destro che si era staccato. Mancano gli scudi e le armi che molto probabilmente completavano le due statue e l’elmo corinzio che copriva il volto della statua B.

Simbolo di Reggio Calabria, i Bronzi di Riace sono oggi riconosciuti come tra le più pregiate tracce nel mondo della scultura dell’età classica: un grande onore per il nostro Paese annoverarle nel suo patrimonio archeologico.

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